L’opinione di un poeta cattolico: la morte un tempo era un fatto collettivo, un rito di appartenenza e non di solitudine
E’ una legge per uomini soli, che mi mette molto a disagio
Una legge che definisca come esprimere volontà circa la propria morte è una legge per uomini soli. Si compie l’immagine dell’uomo come monade, vagheggiata da filosofi che volevano far fuori lo scandalo della nascita. Dell’esser nati, e dunque concepiti in una serie di relazioni. E come concepiti viventi. L’uomo monade, invece, deve poter vivere slegato. di Davide Rondoni
15 AGO 20

Qualcosa che mette a disagio, comunque la si pensi in proposito. Ha fatto bene Ferrara a rimarcarlo. Una legge resa necessaria forse dalle intemperanze di alcuni magistrati, dal via libera a una specie di eutanasia nel caso della povera Eluana. E tuttavia una legge che fa tristezza. Una legge per uomini soli, come ormai sembra fatta la nostra intera società. Anch’io vorrei morire senza andare dal notaio. Ma fidandomi di figli, mogli, amici, donne che abbiano pietà di me e rispetto di me nel momento “della nostra morte”. Un tempo la morte era un fatto collettivo. Personalissimo, ma collettivo nel suo evento e nel suo rituale.
Era un rito di appartenenza, non di solitudine. Gli storici e gli antropologi hanno mostrato come le usanze erano segnate dalla condivisione, non dalla separatezza. Il pasto dopo il funerale che ancora in molti luoghi si compie è l’estremo segno di un essere insieme di fronte all’evento che segna la nostra condizione. Morire era un fatto comune, e dunque condivisibile. Delegarne i contorni, le minime scelte in tanti dettagli a una autorità che sia fuori, impersonale, rispetto alla comunità che durante la vita e nell’ora estrema si costituisce intorno al morente, è uno sfregio ai movimenti primari, naturalissimi dell’essere società. Ed è strano che a muoversi con accanimento in questa direzione – sotto lo slogan individualistico di “autodeterminazione”– siano esponenti di quelle ideologie che proprio su una idea di società e sulla sua importanza quasi metafisica hanno fondato la loro ragion politica.
Forse idolatrando la società hanno finito per perderne i contorni umanissimi, viventi. I vescovi italiani, dopo una certa titubanza si sono arresi alla necessità di una legge, sotto l’impulso di iniziative giudiziarie che peraltro non mancheranno anche dopo l’approvazione della legge, per piegarne i sempre possibili cavilli a fini eutanasici. Ma questa immensa tristezza – acuita dal fatto pure di dividersi come di fronte alla vita nascente di fronte alla vita morente – potrebbe essere per tutti occasione estrema di riscossa. Ma perché la tristezza diventi occasione di riscossa occorre che poggi su una grande gioia. Quella ineffabile che viene dal condividere il mistero della nascita e il mistero della morte con luoghi di società vera. Solo chi conosce questa vera gioia (rara, ormai in un mondo di monadi) può dalla tristezza di questo passaggio trovare nuove linfe per lottare per una visione della vita che, come diceva Baudelaire, non avvilisca il cuore, ma rispetti le condizioni della vita.
di Davide Rondoni